Punti di vista sul baseball in Italia

 

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Elio Gambuti

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venerdì 23 marzo 2007

Asi e non-Asi: libertà di scelta?

 

Leggo da più parti che molti vorrebbero una diminuzione di stranieri e giocatori non di scuola italiana nei nostri campionati.
A questo riguardo io lancio una provocazione.
In serie A-1 via la distinzione tra Asi e non Asi, tra italiani e stranieri.
Se, compatibilmente con le attuali leggi dello stato, una società vuol fare una squadra con 20 cubani di scuola cubana o con 20 americani di scuola Usa deve essere libera di poterlo fare.
I giocatori italiani non si tutelano ficcandoli a forza nel campionato più rappresentativo. Se arriveranno a farlo dovrà esclusivamente essere per meriti sportivi.
I campioni del passato, quelli nati e cresciuti in Italia, quelli che battevano l'Olanda, quelli che non sfiguravano alle Olimpiadi di Los Angeles, i Bianchi, i Trinci, i Bagialemani, i Masin, i Corradi, i Ceccaroli, i Carelli, i Castelli, i Gambuti, i Fochi, i Radaelli (e tanti altri con i quali mi scuso per non averli inseriti nell’elenco) sarebbero arrivati in A-1 lo stesso.
Con o senza limitazioni all'utilizzo degli Asi.
Qualcuno dirà che così facendo si chiudono gli spazi ai prodotti nostrani.
Non è vero, soprattutto se si arriverà a capire che i campionati minori non devono essere piccoli cloni del torneo principale ma che devono tornare ad essere patrimonio esclusivo delle espressioni della nostra scuola.
Via oriundi (se il termine è ancora utilizzabile e politically correct) e stranieri dalle serie minori, iniziando dalla serie A-2, per far rinascere il circolo virtuoso che ha fatto fiorire tanti talenti negli anni '60 e '70.
L'obiettivo dei giocatori italiani che non ambiscono all'esperienza all'estero (strada sempre più percorribile e, a mio parere, consigliabile) diventerebbe quello di meritarsi una chiamata nel campionato dei grandi.
Una chiamata a quel punto motivata e non dovuta ad un obbligo regolamentare che contribuisce esclusivamente a peggiorare il livello della manifestazione di punta, quella che dovrebbe rappresentare l’aspetto più appariscente e vendibile del nostro sport.
Una manifestazione che dovrà rispettare gli standard dei principali campionati esteri.
Più partite in più giorni infrasettimanali in un maggiore arco di tempo.
Qualche giocatore italiano contesterà la mia idea, ma la strada verso il professionismo non può essere condizionata da impegni di lavoro, ferie e carichi familiari. Anche i giocatori italiani devono avere l’opportunità di vedere una personale via verso il professionismo anziché dibattersi nell’insicurezza di un’attività tanto impegnativa quanto dilettantistica.
L’attuale compromesso di un campionato nel quale stranieri e oriundi professionisti convivono con italiani dilettanti deve necessariamente cessare.
Un vero campionato professionista deve trovare le risorse per 160 professionisti del gioco (20 per 8 società in grado di rispondere a precisi requisiti di ordine tecnico e, soprattutto, economico).
Se inizialmente dovranno essere 130 stranieri poco male. In breve tempo il loro numero diminuirà, gli italiani di talento torneranno ad emergere e il nostro movimento ne trarrà grande beneficio.

Gianluigi Calestani

 

 
 

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