Punti di vista sul baseball in Italia

 

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Riccardo Fraccari

© FIBS

 

 

 

lunedì 10 luglio 2006

Verso quale professionismo?

 

La riunione del consiglio federale dell’altro sabato a Nuoro ha riportato d’attualità l’idea di un campionato italiano professionistico messa sul tavolo da Fraccari in occasione della presentazione della stagione 2006, a inizio aprile, a Bologna. Abbiamo perciò voluto fare il punto al riguardo proprio col presidente federale. Che ci ha detto. “E’ una strada che è già stata imboccata. C’è una commissione, che dovrà essere ampliata, che ci sta lavorando sopra e che ha già esaminato gli altri modelli di campionati professionali fuori dagli Stati Uniti. Chiaro che parliamo di un qualcosa che non potrà partire prima di due anni. Chiaro che non è un passo che si possa fare senza la MLB e quindi è con loro che dobbiamo viaggiare a braccetto. Adesso sembra che abbiano deciso di stringere i tempi. Ci sarà il problema delle franchigie da affrontare e quello del professionismo dei giocatori. A questo proposito il governo dovrebbe emanare a breve una nuova legge sullo sport professionistico con un occhio anche agli sport minori, e quindi dovremo tener conto di questo”.
L’idea è sempre quella originale?
“Sì: campionato a otto squadre e quattro partite ogni settimana”.
E l’apporto della MLB quale sarà?
“Dalla Major League Baseball dovranno arrivare i giocatori, a loro carico, non elementi a fine carriera, ma giovani con prospettive. Il risparmio con questo per le società italiane lo valuto in un 40% del loro bilancio, che in parte le stesse dovranno impiegare per interventi sugli impianti per raggiungere lo standard che sarà richiesto per partecipare”.
E sulla promozione come si dovrebbe arrivare ad intervenire?
“Ai 200.000 euro annui che spende attualmente la federazione, si andrà ad aggiungere un pacchetto MLB, verosimilmente comprendente il prodotto americano”.

Proviamo allora a fare una botta di conti.
Una squadra di A1 di prima fascia costa all’anno fra i 500.000 e i 600.000 euro. Mi dicono qualcosa di più, quest’anno, il Grosseto. Con budget della metà si gioca per non retrocedere.
All’interno di questa cifra i giocatori stranieri pesano per 120.000/130.000 dollari (3.000 dollari cadauno). Un dirigente di una squadra attualmente nelle prime cinque mi ha detto che gli stranieri (intendendo con questo quelli privi di passaporto italiano), incidono sul bilancio di una società per un 20%, spese e benefit compresi. Sempre riferendosi alle cifre da cui siamo partiti, in entrata gli introiti al botteghino sono, quando va bene (e salvo piacevoli eccezioni tipo Godo), un 5% delle entrate, non di più.
Fin qui ci siamo. O ci potremmo essere. Ma...
C’è un altro punto: sono previste 4 partite per settimana. E appunto questo comporta il salto al professionismo, con tutto quel che ne consegue. Professionismo vero, completo, per 20/22 giocatori, più 4 o 5 tecnici e 5/6 dirigenti.
Gli oriundi, come gli stranieri vengono pagati per i mesi effettivi di permanenza e - salvo problemi di tipo “normativo” che non abbiamo intenzione di affrontare qui, adesso - quindi, teoricamente, cambierebbe poco. Ma per il 50% obbligatorio di atleti di scuola italiana, dei quali 5 in campo (e uno a lanciare) dal 2007? Professionismo vorrà dire “minimo salariale”, crediamo. E non pensiamo sia possibile ipotizzare che questo possa essere inferiore ai 18/20.000 euro annui. Il minimo, ripetiamo. Quindi?...
Marco Macchiavelli, general manager dell’Italeri, ci ha detto “si tratta di un aumento di costi, quello per i giocatori italiani, assolutamente non quantificabile”.
Perchè i conti, all’osso, potrebbero tornare. Ma appunto all’osso: parlando di una squadra di tutti gli ASI al minimo salariale. Non certo con i Frignani, i Liverziani, i Pantaleoni. O i Riccardo De Santis, gli Ermini, i Chiarini. O gli Schiavetti.
Più, come ci ha detto Fraccari, i costi per l’adeguamento degli stadi.
In realtà - senza parlare della scelta riguardo alle franchigie, alla loro strutturazione e regolamentazione, a cui continuiamo a non credere possibile - anche una trasformazione semplicemente dell’attuale A1 in serie professionale potrebbe avere un senso economico nel momento in cui l’intervento, economico ed organizzativo, della MLB (perchè la FIBS non ce la farebbe mai) portasse attraverso pubblicità e promozione la voce incassi dal pubblico al 40% del bilancio di una società. Qualcuno ci ha detto 800 paganti a partita: diciamo circa un 200.000 euro in tasca. Solo che nelle more, anche ad essere ottimisti, prima di arrivare a questo obiettivo (che è tutto da vedere se sarà raggiunto), per le otto “elette” il rischio è quello di un vero e proprio disastro economico.

Mino Prati