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© F.I.B.S.
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mercoledì 8 marzo 2006
Italia sì, Italia no...
World Baseball Classic. Partita con l’Australia. 10 a 0,
con sospensione “per manifesta”, come si dice da noi, nel bel paese. Ma
chi l’ha vinta quella partita? L’Italia? Un’Italia? Qualcun’altro?
Per i “criticoni” (non critici, che è altra cosa) in servizio permanente
effettivo, non era questa l’Italia da mandare al WBC.
Io non sono certo buono con la FIBS, almeno secondo i suoi maggiorenti.
Anch’io ho scritto, l’altro giorno, qui, che l’Italia del WBC non è una
squadra che possa aver molto a che fare col “baseball italiano”. Ma non
sono di quelli che sostengono che bisognava andarci per far notizia a
suon di punti subiti, per scelta filosofica.
Sono i regolamenti che debbono avere, creare, dare, un obiettivo. E nel
caso del World Baseball Classic l’una e l’altra cosa erano nelle idee
dalla MLB. Poi si partecipa - o meno - all’interno delle regole fissate,
per cercare di arrivare più in alto possibile nella classifica. E, a
parte il caso di Cuba, e sappiamo il perchè, tutti hanno tentato di
portare al Classic la miglior squadra possibile. O in ogni caso la
migliore che son riusciti a mettere assieme: la Cina, l’Olanda, il Sud
Africa, l’Australia. Tutti.
Ed è diverso il discorso sulle limitazioni che sarebbero da adottare per
il campionato italiano, dove, appunto, dovrebbe essere la FIBS ad avere
una politica dietro.
Che accidenti significa italiani d’America - o americani d’Italia, se vi
piace di più - in una manifestazione come il WBC?
Avete presente il campionato di calcio? Si può definire italiano quello
a cui partecipa l’Inter, vista in campo anche con undici stranieri su
undici? E quello di basket?
Io ricordo ancora il torneo dei bar del mio paese, e della mia gioventù,
dove cominciavi giocando, magari all’ala destra. Poi, se si superava il
turno, pian piano, in campo i clienti dell’amaro o della partita a carte
dopo-cena calavano di numero. E qualcuno prima fra i pali finiva in
tribuna col tamburo fra le mani. Ma era lì lo stesso, e non per questo
il caffè si era messo a gustarselo ad un altro bancone.
Ricordo pure, agli albori della mia vita a braccetto col baseball,
allora sedicente dirigente di una pseudo-società, una finale di Coppa
Emilia (e forse non era nemmeno una finale). Attraverso amicizie e
colleganze di lavoro di due amici in campo, riuscimmo a aggregare alla
nostra squadra Gianni Lercker (della Fortitudo) e Jim Bax (terza base
dell’altra squadra bolognese (allora Unipol, mi pare). Piovve quel
giorno, e la domenica successiva, nel recupero, gli avversari (il cui
presidente era un dirigente della stessa Fortitudo) avevano Chico
Corradini sul monte e Toro Rinaldi in terza. Perdemmo! Ma nemmeno il
nostro terza base titolare e il nostro lanciatore di ruolo ebbero di che
ridire. E tutti assieme eravamo lì a tifare.
Morale della favola: l’importante è trovare una bandiera in cui
riconoscersi. E, nel caso del WBC, non ci sono alternative.
Perchè ragionando allo stesso modo sul nostro di campionato, quello di
baseball, arriveremmo a chiederci perchè Grosseto dovrebbe allora poter
schierare gente di Nettuno, o Parma di Bologna. Ma Dallospedale,
Liverziani, Pantaleoni dove dovrebbero giocare? E il Godo potrebbe
pescare in tutta la provincia di Ravenna, o solo nel suo territorio
comunale? Perchè solo così, secondo certi ragionamenti, si potrebbe fare
il tifo sul serio. Avendo trovato anche, finalmente, una base filosofica
al comportamento di tanti genitori-dirigenti il cui figlio deve giocare
per forza: il passo successivo sarebbero le “squadre-famiglia”, con come
“stranieri” i parenti oltre il secondo grado.
Ma, soprattutto, ci sarebbe un dubbio atroce: nelle partite scapoli
contro ammogliati i divorziati in quale squadra potrebbero andare in
campo?
Mino Prati |
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